DOPO AVER VISTO COME GLI ALLEATI USARONO ALCUNI PERSONAGGI MAFIOSI IN QUESTO CAPITOLO POSSIAMO RENDERCI CONTO DI COME LA MAFIA RIESCA A TRASFORMARSI ADATTANDOSI ALLE ESIGENZE DEI PERIODI STORICI.
1947-1970
Nel periodo del Dopoguerra, la società siciliana subì una profonda trasformazione, con una netta riduzione del peso dell'agricoltura nell'economia regionale. La mafia, com'è sua caratteristica, si adeguò a questa evoluzione, andando ad occupare, in posizione parassitaria, i nuovi campi socialmente ed economicamente predominanti: la crescita edilizia, il commercio (in particolare quello all'ingrosso dei prodotti agricoli) e il terziario pubblico. Per farlo dovette stringere con il potere politico relazioni più strette che nel passato, in quanto il ruolo dell'amministrazione pubblica nella nuova situazione economica era di molto cresciuto.
La mafia strinse così un patto di ferro con la classe politica dominante in Sicilia, che faceva capo soprattutto alla Democrazia Cristiana, ed in particolare alla corrente di Giovanni Gioia (leader Dc in Sicilia, e più volte ministro), e dei suoi luogotenenti Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Sulla reale natura dei rapporti tra questo gruppo di potere e la mafia si fa spesso molta confusione, inaridendo il discorso nel decidere se questi politici erano del tutto dei mafiosi, o erano ingiustamente accusati. In realtà, le posizioni personali sono state diverse: solo per Ciancimino puo' dirsi storicamente e giudiziariamente accertata l'appartenenza diretta a Cosa Nostra, mentre per gli altri, in realtà, si deve parlare di un sistema di potere che con la mafia ha avuto rapporti di collaborazione ma in qualche caso anche di concorrenza o di conflitto. Il processo in corso sull'omicidio Lima probabilmente dara' delle indicazioni piu' precise a riguardo.
Il discorso è innanzitutto economico. Il gruppo dirigente democristiano in Sicilia gestì una quantità di risorse e di opportunità economiche nella regione in grado di rivoluzionare l'intero assetto sociale dell'isola. In primo luogo si trattava dei finanziamenti pubblici alla Regione autonoma Sicilia, destinati a finanziare gli enti economici regionali per la gestione dell'agricoltura, delle foreste, degli acquedotti, dell'edilizia popolare, delle finanze, ecc. Chi controllava queste risorse acquisiva un potere straordinario, soprattutto perché controllava le assunzioni negli enti. Solo per l'amministrazione regionale e per gli enti ad essa legati furono assunte dal 1946 al 1963 circa 9.000 persone, di cui il 92,7% per chiamata diretta, e solo il rimanente per concorso, come sarebbe stato obbligatorio (Arlacchi, p. 92). A ciò vanno aggiunte le varie amministrazioni comunali e provinciali, l'amministrazione sanitaria, le banche, ecc.. E' facile capire ciò che questo comporta: solo chi è vicino ai politici "giusti" aveva la possibilità di essere assunto...
La seconda grossa opportunità economica gestita dal potere politico fu quella dell'espansione edilizia dei comuni, ed in particolare di Palermo. Il capoluogo regionale conobbe negli anni Cinquanta un'espansione straordinaria, dovuta specialmente alla crescita della burocrazia regionale e comunale. Ciò comportò la necessità di costruire interi nuovi quartieri, e l'opportunità di fare ottime speculazioni sui suoli urbani. Se infatti alcuni mafiosi, o altri amici dei politici, acquistavano dei terreni fino ad allora agricoli, ed in seguito un assessore compiacente trasformava quei terreni in edificabili, il profitto poteva essere enorme. Inoltre, in diversi quartieri, il comune di Palermo consentì di abbattere vecchie residenze, anche storicamente importanti, per costruire nuovi quartieri, il tutto per favorire imprenditori e proprietari vicini ai mafiosi. Questo periodo, consumatosi sotto le sindacature di Lima prima e di Ciancimino poi, fu chiamato "il sacco di Palermo". Un rapporto di polizia degli anni Sessanta mostrò come tra il 1957 e il 1963 l'80% delle licenze di costruzione del comune di Palermo furono rilasciate a soli cinque nominativi, prestanome dei più potenti gruppi mafiosi della città (Arlacchi, p. 94).
Oltre a ciò, tutti gli appalti per i servizi di pulizia, illuminazione, fognature del comune venivano affidati a personaggi di confine, legati alla mafia e vicini anche agli stessi politici, quali l'imprenditore Francesco Vassallo. Lo stesso Ciancimino, al momento del suo arresto, fu trovato in possesso di importanti partecipazioni in società che avevano rapporti privilegiati con il comune di Palermo, oltre ad essere titolare di conti correnti miliardari in Svizzera e in Canada.
Un caso clamoroso era quello delle esattorie fiscali della regione, affidate in concessione ad una società dei due cugini Nino e Ignazio Salvo, uomini d'onore della famiglia di Salemi, e molto vicini a Salvo Lima, a condizioni di estremo favore (essi trattenevano una percentuale vicina al 10% sulle tasse riscosse, contro una media nazionale del 3,3%). Di loro si parla ancora oggi, in quanto alcuni pentiti li indicano come tramite tra Cosa Nostra e Giulio Andreotti in occasione dell'omicidio di Mino Pecorelli, un giornalista scandalistico, vicino ai servizi segreti, del cui assassinio Andreotti è accusato di essere il mandante, anche se ancora il processo è solo agli inizi.
In questo periodo la mafia si dedica, oltre a questi molteplici intrecci con il potere politico, ad altre attività criminali, quali il contrabbando ed il racket, ovvero la richiesta di somme di denaro (il cosiddetto "pizzo") agli imprenditori sia commerciali che industriali, in cambio di protezione.
Quest'ultima funzione della mafia rimane ancora oggi come molto importante, e non tanto perché consente elevati profitti, quanto perché è forse l'attività che più di ogni altra consente alla mafia di affermare il proprio dominio su un territorio, nel quale non è possibile esercitare attività di alcun genere senza il consenso e la protezione delle famiglie.
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